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1. Tra Spagna e Austria

Nel Mezzogiorno gli ultimi anni del Seicento furono di preparazione a una nuova cultura che avrebbe, in seguito, caratterizzato in gran parte il XVIII secolo; d’altro canto in quel periodo si acuì lo scontro ‘politico’ tra progressisti (che volevano fare propri gli insegnamenti provenienti dall’Oltralpe) e coloro che, invece, scettici dinanzi al cambiamento e alla ventata di novità che le dottrine straniere portavano, erano radicati nella difesa dei tradizionali privilegi. Una larga parte della cultura napoletana si mostrava aperta alle influenze culturali provenienti d’Oltralpe ma appariva diffidente nei confronti del modello politico di tipo assolutistico da essa propugnata1. L’altro “schieramento” preferiva la conservatrice e meno oppressiva Spagna, anche se gli stessi Viceré, sul calare del Seicento, furono fortemente influenzati dal modello francese nel sistema di governo caratterizzato da una burocrazia professionale, eserciti permanenti e un regolare sistema fiscale. La particolare struttura del Regno esigeva un’attività di riforma volta a risollevare le sorti di una Capitale burocratica e parassitaria2: le immunità e le eccezioni di cui godevano i nobili e gli ecclesiastici rendevano il sistema giudiziario macchinoso e complesso. Le cause più rilevanti venivano portate a Napoli attraverso gli appelli, le inibizioni e le avocazioni e ciò depauperava le province e arricchiva il ceto forense napoletano, alimentando una economia parassitaria che frenava lo sviluppo del Regno3: così in quegli anni molti giuristi afrancesados, impegnati nella ricerca di validi rimedi a questa situazione crearono un vero e proprio partito in opposizione al “modello” spagnolo che volgeva al tramonto4. …..Continua a leggere

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